Sono stata allevata come Testimone di Geova. Da quando ho lasciato la religione, la mia famiglia e la comunità mi evitano

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ILLUSTRATION BY KATHERINE LAM
By Amber Scorah

Amber Scorah è una scrittrice canadese che vive a New York. È l’autrice di Leaving the Witness: Exiting a Religion and Finding a Life.

Mia madre non ha idea di dove mi trovi, se io sia viva, malata, triste o felice. Mia figlia non ha mai conosciuto sua zia o i suoi cugini. I miei migliori amici pensano che io li abbia traditi, mi considerano una specie di Satana. Questo perché sono stata allevata come una Testimone di Geova. Mi sono battezzata a 14 anni e più tardi, da adulta, ho smesso di credere che questa religione fosse “la Verità”.

Quando ho implorato mia sorella dopo che ho lasciato la religione, cercando invano di aiutarla a vedere, attraverso il suo indottrinamento, che potevamo essere ancora una famiglia, che non ero diversa dalla sorella che aveva sempre avuto, meno la fede, tagliò corto: “Tu ti sei messa in questo situazione, non sono stata io.

Come era possibile, dato che ero io quella che stava implorando di mantenere i contatti?

È perché vengo ostracizzata. Ho lasciato la religione, non credo più e quindi ora sono un “apostata“.

Gli apostati nella mia ex-religione sono etichettati con i seguenti epiteti: mentalmente malati, depravati, cani che tornano al proprio vomito, peggio dei serpenti, avvelenati, una cancrena che deve essere amputata.

In realtà, sono la stessa persona che hanno amato, con cui hanno trascorso del tempo, con cui si sono divertiti, con cui hanno discusso, riso… meno la fede. Ho ancora le mie facoltà mentali intatte, non “pecco” molto più di qualche parolaccia, sono una mamma con una vita piuttosto normale. Davvero, non sono molto diversa da quella che conoscevano prima. Quando lasci un culto, abbandoni il suo sistema di credenze e, invece, sei più te stesso che mai. Forse è questo il problema.

Queste sono brave persone. Queste sono persone che mi amano. So che è così. Ma se mi incrociassero per strada, passerebbero dall’altra parte per evitarmi. Il vincitore del premio Nobel Steven Weinberg una volta ha detto

Con o senza religione, avremmo persone buone che fanno buone azioni e persone malvagie che fanno azioni malvagie. Ma per far fare cose malvagie a persone buone, occorre la religione.

All’età di 30 anni ero ancora una credente e mi ero trasferita a Shanghai come missionaria, quello che chiamavamo un “pioniere”, perché la fine del mondo non era arrivata, come invece era stato previsto dai nostri leader, ed era urgente predicare per salvare quelle persone in un paese in cui la mia religione era illegale e quindi in gran parte sconosciuta.

Fu in Cina, mentre predicavo di nascosto, che iniziai a sospettare di essere stata sottoposta al lavaggio del cervello. Il mio indottrinamento era avvenuto lentamente durante un’infanzia scandita dal terrore della violenta fine del mondo di cui sentivo parlare durante le nostre riunioni nella Sala del Regno. In quelle riunioni mi era stato insegnato che il mondo era malvagio e che la nostra religione era l’unico luogo in cui sarei stata al sicuro. Ho ascoltato questa storia, anno dopo anno, dai miei genitori, a tre adunanze a settimana, in uno studio biblico con una “sorella” della congregazione e dai libri che avevamo a casa, libri di storia biblica per bambini che avevano sia immagini di bambini in paradiso che giocano con un leone che foto di bambini che muoiono ad Armageddon, a seconda della pagina.

Negli anni Cinquanta, uno psichiatra di nome Robert Jay Lifton iniziò ad intervistare i cinesi che erano fuggiti dalla loro patria dopo essere stati sottoposti ad indottrinamento nelle università cinesi. Dopo lunghe interviste per un anno, il dottor Lifton ha identificato le tattiche che i cinesi usavano per fare il lavaggio del cervello alle persone. Anni dopo aver lasciato la religione, ho trovato la lista. Ogni elemento della lista era qualcosa che i Testimoni di Geova usavano per tenere le persone dentro la religione.

Avevo visto delle similitudini tra la mia organizzazione autoritaria e quella del paese in cui stavo vivendo? Potrei averlo fatto, inconsciamente. Dopotutto, è stato in Cina che mi sono “svegliata”. Ma quando sei indottrinato, ci vuole molto tempo per arrivare ad un punto in cui riesci ad ammettere certe cose. Perché ammettere di aver sbagliato significa rendersi conto che tutta la tua vita è stata uno spreco. Significa essere catapultati in un mondo in cui non sai come vivere.

Molti di noi hanno sentito parlare delle cinque fasi del lutto. Ci sono anche le fasi dell’ostracismo, perché anche questo è una specie di morte. Io sono morta per le persone che mi conoscevano, anche se alcune persone trovano più facile dimenticare qualcuno che amano rispetto ad altri. E sebbene tutti noi che siamo cresciuti in questa religione sappiamo quale sia il risultato finale (dopo tutto, altri hanno già intrapreso questa strada prima di noi) alcuni trovano più facile evitarmi rispetto ad altri. L’ostracismo è un processo incasinato e amaro.

Dopo la mia “apostasia”, alcuni amici mi hanno annunciato il loro ostracismo. Nel caso di una delle mie amiche più care, è stato suo marito a chiamarmi, con la voce stretta di rabbia, altero, con il piacere di parlare con qualcuno che ora era inferiore, dicendomi che sua moglie non mi avrebbe più incontrata. Ero sorpresa che fosse stato lui a chiamare, non la mia amica, ma nella nostra ex-religione gli uomini spesso parlano per le donne. Inoltre, lei è sempre stata quella buona.

Una o due delle persone che ho amato, le persone con cui ero cresciuta e con cui ho trascorso gran parte della mia vita, hanno infranto le regole e mi hanno parlato per un po’. Ma dopo un po’ di tempo è diventato insostenibile, sia per loro che per me.

La verità di questo tipo di ostracismo è che il suo nucleo è l’indottrinamento. È molto difficile essere te stesso con qualcuno che è indottrinato, specialmente quando hai memoria muscolare di quel particolare tipo di fede. Sai quali sono i discorsi tabù, i comportamenti tabù, i pensieri tabù e, quindi, devi controllare chi sei, anche se non sei più nella religione che richiede tali cose.

Una coppia si è sentita più attratta da me dopo che la mia apostasia è divenuta pubblica e, segretamente, mi ha invitata a casa loro per delle cene (una cosa terribile da fare, visto che anche solo mangiare con una persona come me è peccato) nella speranza di potermi ancora salvare. Ho imparato, alle nostre cene proibite, che anche loro avevano avuto dubbi sulla religione, ad un certo punto della loro vita, ma li avevano respinti.

Rimani dentro“, mi dissero. “Puoi ancora andare dagli Anziani e pentirti. Essere nella Verità è ancora il modo migliore di vivere e, anche se non è tutto vero, sicuramente è più vicino al vero di qualsiasi altra cosa.

Si erano ridotti al “meno peggio”. E non c’è da meravigliarsene, dal momento che lasciare la religione era qualcosa di insostenibile. Abbiamo perso la nostra identità, la nostra storia, le nostre famiglie. E oltre a ciò, noi che siamo cresciuti in questo sistema di credenze non ci rendevamo conto che eravamo più di quanto credevamo. Senza le credenze, c’era solo l’oblio. E ora, la mia apostasia era come una porta aperta, e stavano contrattando con me, perché la mia partenza minacciava la vita con cui pensavano di aver fatto pace.

E alla fine, un giorno, anche loro hanno smesso di chiamare, perché per me fingere era impossibile. L’unico modo per restare sarebbe stato nascondere il fatto che non ci credevo più.

La maggior parte del resto delle persone nella mia vita è semplicemente scomparsa da un giorno all’altro. Alcuni hanno parlato male di me, cercando di cancellare la persona che ero, con lo scopo di farmi aderire alla figura satanica che gli è stato insegnato a credere che io sia diventata, in modo da giustificare il loro odio.

Questo odio, naturalmente, viene chiamato “amore” da coloro che ci hanno indottrinato. Più e più volte abbiamo imparato, dalle riviste della Watchtower e alle adunanze, che questo ostracismo è in realtà un atto d’amore. Sicuramente, se fossimo stati buoni con quelli che peccavano, o non credevano più, il “peccatore” non si sarebbe mai svegliato e non avrebbe mai riconosciuto i propri sbagli, non si sarebbe mai pentito e non sarebbe mai ritornato nel gruppo. E così, quando ostracizzavamo qualcuno, le nostre menti ci dicevano che stavamo compiendo un atto d’amore, anche se nel nostro cuore sapevamo che non era così. Siamo stati addestrati ad ignorare i dilemmi interni come questo.

Che tipo di “ostracizzata” sarei stata? Lo sapevo bene, perché anch’io l’ho fatto. Ho ostracizzato persone che avevano commesso “peccati” e i cui nomi venivano annunciati dal podio alle adunanze come “disassociati”. Ho ostracizzato un uomo di nome Dale, disassociato per essere gay e in seguito trovato appeso ad un cappio nella foresta di un campus universitario nelle vicinanze, un’area che faceva parte del nostro territorio di predicazione, un luogo in cui abbiamo girato tutto il giorno, cercando di salvare vite umane. Non si è impiccato a casa, perché nessuno lo avrebbe trovato lì, a nessuno era permesso andare a casa sua. Nella terra di nessuno della nostra religione, aveva cessato di esistere.

Mi sono sentita male quando è successo, ma la nostra comunità aveva bisogno che noi tenessimo in piedi l’impalcatura di questo mondo di cui facevamo parte, come i nostri genitori e i nostri nonni prima di noi, e avevamo la responsabilità di fingere che il fatto che Dale si fosse impiccato nei boschi vicino all’Università della British Columbia fosse qualcosa di triste ma accettabile. Dopo l’adunanza in cui è stata annunciata la sua morte, molto simile a quella del suo annuncio di “disassociazione” mesi prima, siamo andati tutti a prendere un caffè, abbiamo parlato di Dale e poi siamo andati a casa a soffocare i nostri sentimenti, a dimenticarcene e a continuare a vivere con noi stessi.

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ILLUSTRATION BY KATHERINE LAM

Ora sono dall’altra parte, ostracizzata.

È interessante notare che mia madre, che mi evita, non è nemmeno più una Testimone di Geova attiva. Ma anche lei non mi parla. Quando ti viene insegnato che l’ostracismo è un modo di evitare il confronto, diventa una soluzione facile.

Perché l’ostracismo è, in realtà, un modo per proteggere se stessi. È ordinato dalla mia vecchia religione proprio per questa ragione: così che la cancrena non si diffonda. Ostracizziamo perché è troppo doloroso non farlo.

È più facile tagliare qualcuno via dalla tua vita piuttosto che sentirti sfidato dalla sua mancanza di fede, sentirti giudicato dal suo rifiuto del tuo stile di vita. 

È più facile tagliare qualcuno via dalla tua vita piuttosto che affrontare il fatto che c’è una divisione tra te e qualcuno che ami che è troppo grande da colmare.

È più facile tagliare qualcuno via dalla tua vita piuttosto che affrontare l’umiliazione del fatto che potresti aver torto.

È più facile tagliare qualcuno via dalla tua vita piuttosto che scoprire che hai sprecato tutta la tua vita per qualcosa che non è reale.

Ironia della sorte, come mia madre, anch’io ho perso un figlio, solo che mio figlio è morto. La perdita di un figlio è intergenerazionale: mio figlio non avrà mai figli, discendenti. Non avrò mai nipoti da lui nella mia vita. La perdita del figlio di mia madre, me, è la stessa cosa, in un certo senso. Non ho una madre. Mia figlia non ha una nonna. La sua bisnonna non vuole incontrarla, né vedermi un’ultima volta prima di morire.

Mi chiedo, a volte: per mia madre, la perdita di sua figlia le sembra diversa dalla mia? Mio figlio, a differenza di mia madre, è morto. A differenza di mio figlio, io sono viva. Darei, onestamente, qualsiasi cosa per poterlo tenere tra le braccia ancora una volta. Ma io non ho scelta.

Il lavaggio del cervello fa avere maggiori possibilità di scelta? Non ne sono sicura.


Link all’articolo originale: https://www.theglobeandmail.com/opinion/article-i-was-raised-a-jehovahs-witness-when-i-left-the-faith-my-family-and/